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Padre Antonio Antinoro

Padre Antonio Antinoro

Nato a Canicattì il 24 novembre 1808, venne battezzato lo stesso giorno con il nome di Pietro, il padre Don Carmelo Antinoro, notaio, e la madre Antonia Lodico, casalinga.
 
La vocazione religiosa sbocciò nel suo animo a contatto con i francescani della Chiesa di Santo Spirito. In quesgli anni frequentava quel convento anche Rosario La Vecchia (diventato poi mons. Benedetto La vecchia).
 
All'età di quindici anni vestì le sacre lane nel Chiostro di San Lorenzo a Carini,  dopo l'anno di noviziato, lascio il suo nome e prese quello di Antonio; si trasferì a Trapani, nel convento di Santa Maria di Gesù per gli studi di filosofia e, successivamente, per il corso di teologia in preparazione al sacerdozio.
 
Ordinato sacerdote all'età di ventitre anni, il 1 novembre 1831, aveva celebrato la sua prima messa nel convento della Gancia, a Palermo, l'indomani insieme con altri due confratelli avevano fatto ingresso a Canicattì, ma senza solennità.
 
Tornò a Trapani come maestro dei chierici serafici e come docente nel Reale Liceo, dove in virtù della sua profonda preparazione e dottrina, gli venne affidato, come vicecattedratico, l'insegnamento, di storia naturale e di filosofia.
 
Nel 1846 partecipò al concorso per la cattedra di diritto di natura all'Università di Palermo e nè uscì vincitore. 
 
Oltre all'insegnamento eccelleva anche nella predicazione; diede alle stampe a Palermo, nel 1838, la "Dissertazione sulla eloquenza sacra"; questo libro riscosse tanto successo, che il Padre Generale dei Minori Osservanti, volle istituire in ogni provincia del suo Ordine la cattedra di eloquenza sacra.
 
Nel 1843 pubblicò a Palermo, "Sul bisogno di civilizzare le infime classi per ottenere la felicità civile sperabile", un libro in cui il tema sociale viene affrontato nei suoi orizzonti più vasti e si affermano i diritti dei ceti meno abbienti e i doveri dei governanti.
 
La sua sensibilità dinanzi a tanti stenti e privazioni lo indussero ad elaborare una dottrina sociale in favore dei poveri e degli indifesi, con le tesi talmente innovative da precorrere la Rerum Novarum di Leone XIII.
 
A lui deve tanto la scienza, di cui fu benemerito cultore con la parola, nella docenza universitaria, e con gli scritti, come dimostrano il suo "Cenno storico sui progressi della fisica"  ed un "Trattato di Metereologia", e come emerge da due manoscritti di un corso completo di fisica che stava per pubblicare, ma la morte lo colpì all'età di quarantasette anni.
 
Morì a Palermo il 2 maggio 1856.

 
 
 

 

P.E.C.
 
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