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Le Lotti Popolari e il 1848

Il popolo canicattinese, mal tollerando il governo dei baroni e non volendo più pagare le pesanti imposte, si ribellò e con due decreti di Ferdinando III di Borbone (1806) e con un provvedimento del parlamento Siciliano (1812), che diede il colpo di grazia al regime feudale, ottenne la sua autonomia e di conseguenza molti giusti benefici.
Ma il popolo si sentiva ancora vessato dal regime borbonico. Nel mese di novembre del 1820 si verificarono vari disordini, saccheggi e incendi di case, quali quelle dell'esattore don Pietro Palumbo e di don Filippo Caramazza a Borgalino. Negli scontri ci furono vari feriti e un morto. Il re Ferdinando I mandò ben seicento soldati a Canicattì, che vi giunsero l'antivigilia di Natale del 1820 e s'insediarono nel Castello e nel convento di San Domenico. E per il Capodanno, con un'azione dimostrativa di forza, seguirono in processione lu Bamminu Gesù. Il giorno dell'Epifania ne arrivarono altri seicento e trovarono alloggio nel convento francescano della Chiesa Spirito Santo.
Dei capi della rivolta Domenico Di Puma venne catturato, ma Luigi Napoli e i fratelli La Mattina riuscirono a darsi alla latitanza. Quasi contemporaneamente altri canicattinesi lottavano mossi da sentimenti patriottici quali Vincenzo Pellitteri e l'avvocato Luigi Lo Brutto, di ventisei anni il primo e di trentuno il secondo, ma finirono in carcere entrambi.
L'avvento al trono del ventenne Ferdinando II, l'8 novembre 1830, faceva sperare di meglio per le simpatie di cui godeva, per essere nato a Palermo. Egli si affrettava a inviare in Sicilia, con il grado di luogotenente generale, il diciannovenne fratello Leopoldo, il quale il 7 Maggio 1932 giungeva a Canicattì. Nell'estate del 1837 piombava in Sicilia il colera, che a Canicattì, in soli due mesi, dal 15 luglio al 18 settembre, provocava quasi mille decessi, con più di ottocento morti nel solo mese di agosto, contro la media ordinaria di circa quaranta al mese, su una popolazione di pressappoco diciottomila abitanti. Per gli ammalati si approntò una specie di lazzaretto al Castello e nel Palazzo Corbo di Borgalino. E posti sotto controllo furono i valichi di accesso alla città, che erano Scalilli, Stazzone, Folche, Cuba, Poggio di luce, Santa Lucia e Selva di Santo Spirito. Il colera fece aumentare ancor di più in Sicilia l'odio contro i Borboni, accusati di diffondere il contagio tramite gli untori. Rivolte scoppiarono in varie città, ma vennero ferocemente represse e così ai quasi settantamila morti nell'isola per il colera si aggiunsero i circa novanta fucilati per ragioni politiche.
Per far dimenticare le repressioni e i lutti e anche per lusingare con la promessa di opere pubbliche, scese Ferdinando II in Sicilia nel mese di ottobre del 1838. Non essendoci ancora strade rotabili, il re dovette affrontare il lungo viaggio a cavallo e la regina in lettiga. Essi pernottarono a Canicattì nel Palazzo Bartoccelli, già del barone Gaetano Adamo, tra l'entusiasmo dei contadini che con dei falò accesi nella notte, giunsero a trasformare la Serra Puleri in un piccolo Vesuvio. Il re ne rimase assai compiaciuto e cercò di accattivarsi ancora di più le simpatie dei canicattinesi con il decreto del 17 dicembre 1838 con cui disponeva la costruzione di una strada per Caltanissetta, di una per Licata e di un'altra per Racalmuto.
Nel 1843 un editto del sindaco D. Angelo Macaluso abolì definitivamente i diritti feudali e nel gennaio 1848, in seguito alla rivolta scoppiata a Palermo e diffusasi nel resto della Sicilia, anche Canicattì insorgeva, aboliva il Decurionato (Consiglio comunale) e lo sostituiva con un Comitato rivoluzionario, che aveva come presidente il barone Gaetano Bartoccelli e segretario Antonio Meli, ed era composto da Salvatore Gangitano, Pietro Testasecca, Luigi Stella, Giovanbattista Racalbuto, Giuseppe Caramazza, Giuseppe Bordonaro, Giuseppe Lombardo, Giacinto Gangitano, Antonio Mulone, Domenico Caro, Alfonso Martines, Emanuele Gangitano, Raimondo Mongiovì, Giuseppe Curtopelle, Antonio Corsello, Salvatore Insalaco, Angelo Di Rocco, Raimondo Li Calzi, sac. Vincenzo Cammilleri e sac. Gioacchino Caico.
Tale Comitato sopprimeva subito l'antipopolare tassa sul macinato e si prodigava a distribuire duecento salme di grano ai bisognosi. Ma mentre molti spiriti eletti si prodigavano per il successo della rivoluzione tra questi il frate minore padre Francesco De caro con le sue prediche quaresimali, tanti facinorosi cercavano di pescare nel torbido. Il Comitato provvedeva allora a istituire una squadra di dodici guardie a cavallo per la perlustrazione delle campagne e rafforzava anche la Guardia Nazionale, portando a 780 i suoi componenti raggruppati in sei compagnie. Un forte attrito insorgeva tra il Comitato rivoluzionario di Canicattì e quello di Naro per la strage di Trebastoni, in seguito all'uccisione di tre cacciatori canicattinesi, erano stati per ritorsione massacrati dei naresi. Ma poi l'intervento pacificatore del Comitato di Girgenti ristabiliva la concordia tra le due città con la pace suggellata a Rocca di Mendola, nella casa di campagna dei padri agostiniani di Naro, da un fraterno abbraccio tra naresi e canicattinesi il cav. Baldassare Gaetani e il barone Ignazio Specchi per Naro e il barone Gaetano Bartoccelli e il cav. Giacinto Gangitano per Canicattì.
Ma il Decurionato di Canicattì, presieduto da don Placido Sammarco esternava sentimenti di rassegnazione ed umile obbedienza al sovrano Ferdinando II.
Ma c'erano dei canicattinesi che tramavano audacemente contro i Borboni. L'avvocato Gaetano Antinoro, con grave rischio personale, ospitava clandestinamente a Palermo il barone patriota Francesco Bentivegna e i suoi compagni. Un altro canicattinese, avv. Vincenzo Macaluso inalberava il 3 luglio 1859 e per le sue ardite gesta patriottiche subì tre condanne a morte da parte dei Borboni di cui dalle prime due lo salvò l'intercessione dello zio Gioacchino La Lomia, ministro della Giustizia del re di Napoli mentre dalla terza lo salvò Garibaldi, quando liberò Palermo. Divenuto uomo di fiducia del Generale fu per la sua integrità morale e l'ansia di giustizia, oltre che per le sue convinzioni repubblicane, contrastato dai luogotenenti piemontesi, che ne boicottarono sempre l'elezione al Parlamento. E in solitudine si spense a Roma, non ancor settantenne, il 27 dicembre 1892.

Torre Civica

L'11 maggio 1860, lo stesso giorno dello sbarco dei Mille, Canicattì venne presidiata dalle truppe borboniche da un reggimento di soldati comandati dal generale Gaetano Afan de Rivera. Ma il 18 fu lasciata libera, perché furono richiamati a Girgenti che preoccupava di più, questa insorgeva il 23, cacciando le truppe borboniche, che ripiegavano su Canicattì. Ma anche da qui si allontanavano lo stesso giorno, allarmati dall'incombente rivolta popolare. Il tricolore cominciò dunque a sventolare sulla Torre Civica detta Torre dell'Orologio e per le vie, mentre le campane suonavano a distesa ed al Comune si insediavano il Consiglio Civico, il Magistrato Municipale e la Guardia Nazionale.

 

In aiuto di Garibaldi Canicattì inviava venticinque volontari, quattordici cavalli, quattro muli, più di duemila metri di tela e ottocentocinquanta ducati. Per tale valido contributo Francesco Crispi, ministro dell'Interno, ringraziava da Palermo, il 12 giugno 1860, il presidente Gangitano. A nome di Garibaldi veniva a ringraziare Canicattì il 19 luglio 1860 il figlio Menotti. Era il giorno del genetliaco del padre, sicché il Consiglio Civico aveva proclamato il 19 luglio giorno di festa cittadina, definendolo giorno di comune esultanza, sacrato a far onore al grande Italiano, all'Eroe di Como e di Calatafimi, al più cospicuo sostenitore dei diritti dell'umanità conculcati, all'intemerato nostro Liberatore. I momenti più esaltanti della festa furono il solenne Te Deum alla Matrice e la serata di gala in casa Gangitano.
Intanto i cittadini, che ne avessero avuto i requisiti, erano stati invitati a farsi includere nelle liste elettorali. Le operazioni di iscrizione durarono dal 10 luglio al 20 agosto e si effettuarono nella Chiesa Madre davanti alla Commissione elettorale, composta dall'arciprete Carmelo Moncada, dal notaio Emanuele Antinoro, da Pietro Testasecca, Vincenzo Palumbo, Gaetano Cupani e Alfonso Tedeschi. Il 22 agosto l'elenco degli elettori veniva affisso sulla porta centrale della Matrice erano in tutto 2203. Il 21 ottobre si ebbe il Plebiscito per l'annessione al Regno d'Italia. Le operazioni di voto si svolsero alla Matrice davanti al Comitato elettorale, composto da Testasecca, Moncada ed Antinoro. Intanto altri elettori si erano iscritti il giorno precedente e altri furono accettati lo stesso giorno del plebiscito, il numero degli aventi diritto al voto era salito a 2847, ma i votanti furono 2643 su 18.275 abitanti. E di essi solo uno votò contro e fu stigmatizzato come il più vile venduto a Giuda e nemico del Vangelo.