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Chiesa SS. Filippo e Giacomo o Badia

La Badia

 
La Chiesa Santi Filippo e Giacomo, è annessa all'ex monastero benedettino omonimo, detto "la Badia".
 
Dell'insigne complesso monastico, per volere del Barone Giacomo II Bonanno Crisafi nella seconda metà del XVII secolo, non restano che alcuni ruderi e cospicui brani delle strutture murarie, per le quali è previsto un progetto di recupero.
 
La parte più significativa, sebbene anch'essa inagibile e chiusa al culto, è la chiesa di stile barocco, ultimata nel 1716, al posto di una preesistente chiesetta dedicata a S. Barbara di proprietà dell'omonima confraternita; a seguito di una permuta, la confraternita realizzò la chiesa nello spazio antistante (oggi ne è solo leggibile il volume) e le monache poterono edificare il loro luogo di culto e di preghiera.

 
Gallo rampante

 
In alto nel prospetto capeggia lo stemma dei Bonanno Crifasi: Il gallo rampante sul fondo oro con il motto "Nequi sol perdiem nequi lume per noxem" I Bonanno superavano di giorno lo splendore del sole e di notte quello della luna.

 
interno La Badia

Questo era ad unica navata con una grande cantoria, per consentire le funzioni del coro alle moniali, ed era rivestito da stucchi del primo quarto del XVIII secolo, realizzati da maestranze agrigentine formatesi sull'esempio dei fratelli Serpotta, che proprio in quegli anni avevano lavorato nella città dei templi.

Per rispondere alle sempre nuove esigenze cultuali e devozionali, più volte s'intervenne all'interno: alla fine del Settecento viene rifatto l'altare del Crocifisso e quello dalla B. M. V. della Speranza (nota anche come Madonna d'oltremare), nel secolo successivo si realizza l'altare a Gesù Bambino, viene rifatto quello di S. Barbara e si ricostruisce l'abside, perché crollata, con stucchi del Signorello da Palermo.

 
Stucchi esterni

I pavimenti, infine, vengono rifatti nel primo quarto del XX secolo.

Dopo il secondo conflitto mondiale, alcuni inadeguati interventi hanno alterato lo stato conservativo dell'insieme con la conseguenza del crollo della volta, mentre il successivo abbandono ha determinato un incontrastato degrado, tutt'ora in corso.
 
Rimane quasi integra la facciata, l'unica nella città di Canicattì interamente realizzata in pietra intagliata, che mostra nel gioco delle modanature e nella presenza di mascheroni notevoli rimandi filologici con la scuola degli scultori ed intagliatori in legno agrigentini della prima metà del Settecento.